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BREXIT, L’AMBASCIATORE INGLESE IN ITALIA: “GLI ITALIANI RIMANGANO DA NOI”

Sono oltre 700mila gli italiani che vivono e lavorano nel Regno Unito

L’ambasciatore Jill Morris vuole che in caso di Brexit gli italiani restino nel Regno Unito. La Morris è la prima donna a essere stata nominata nel nostro Paese. Arrivata in Italia nel 2016, ha imparato la nostra lingua in maniera eccellente, come ha mostrato durante l’intervista esclusiva con upday che si può ascoltare qui sotto. Un quarto d’ora di chiacchierata in cui si è parlato soprattutto di Brexit e delle possibili conseguenze di un “no-deal”, il mancato accordo tra Londra e Bruxelles che sarebbe un pericoloso salto nel buio burocratico e gestionale. Su una cosa, però, l’ambasciatore Morris è stata molto netta: i 700mila italiani che vivono nel Regno Unito non devono preoccuparsi perché il governo di Sua Maestà vuole mantenere un Paese aperto e accogliente. “We want you to stay”, ha detto con enfasi Morris. Deal o “no-deal”, questo è il dilemma.

La premier Theresa May, dopo la bocciatura del suo accordo preliminare con l’Ue, sta cercando di attuare un “piano B”. Secondo l’ambasciatore britannico in Italia “non possiamo aspettarci che l’Ue sia disponibile a tornare all’inizio e ricominciare tutti i negoziati. Dobbiamo essere realisti riguardo ai prossimi passi”. Il primo ministro May ha anche sottolineato che il famoso articolo 50 (del trattato di Lisbona, quello che regola la fuoriuscita di un Paese membro dall’Ue ndr) secondo alcune interpretazioni potrebbe prevedere la possibilità di chiedere una proroga per le trattative. Questo, ci tengo a dirlo, non è la posizione del governo britannico: non risolverebbe nulla perché dopo la proroga ci sarebbe ancora lo stesso stallo. La diplomatica britannica ha anche tenuto a ribadire come l’eventualità di una nuova consultazione non sia presa in considerazione dall’esecutivo: “May ha dichiarato più volte che governo e parlamento hanno il dovere di realizzare la volontà del popolo espressa nel referendum del 2016. Il mandato che il popolo ha dato al governo dovrebbe essere rispettato. Un dietrofront sarebbe una minaccia eventuale per la nostra democrazia, che si regge sull’importanza della fiducia del popolo britannico verso il governo. E anche l’importanza di non danneggiare la coesione sociale del nostro Paese”.

L’accordo (poi bocciato) che May aveva trovato con l’Ue prevedeva una sorta di garanzia. Dopo i 2 anni di transizione post 29 marzo, in cui le leggi comunitarie rimarranno in vigore, un ‘backstop‘, una specie di ‘protezione’. La preoccupazione di molti deputati conservatori britannici è che l’unione doganale prevista potrebbe essere potenzialmente perpetua. Limitando così l’autonomia commerciale del Regno Unito formalmente fuori dall’Ue: “Cerchiamo un accordo per un’uscita ordinata che tuteli i legami commerciali e la circolazione delle persone. Ma come qualunque governo responsabile sa, ci si deve preparare anche al ‘worst case scenario’, all’ipotesi peggiore. Il governo britannico si sta preparando a un no-deal in tutti i settori: ne parliamo con la Commissione Ue, qui in Italia col governo italiano che, da esecutivo anch’esso responsabile, si sta preparando anch’esso allo scenario peggiore”, dice Morris.

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