Caso Cucchi: dopo 10 anni due sentenze in arrivo e nuovo processo

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Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Stefano Cucchi, il geometra 31enne deceduto il 22 ottobre del 2009 su un letto dell’ospedale Pertini sei giorni dopo essere stato arrestato dai carabinieri per detenzione di sostanza stupefacente e questa settimana, quasi per un beffardo gioco del destino, due processi legati a questa vicenda vanno a sentenza nello stesso giorno (giovedi’ 14) mentre un altro, delicatissimo, prende il via il 12. Fra quattro giorni, nell’aula bunker di Rebibbia, va a concludersi il dibattimento bis in corte di assise a carico di cinque carabinieri finiti sul banco degli imputati per omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. Il reato più grave, per il quale il pm Giovanni Musarò ha chiesto due condanne a diciotto anni di carcere, è contestato a quei due militari (Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro) che avrebbero pestato Cucchi la notte del suo arresto alla caserma della stazione Appia perché il ragazzo si sarebbe rifiutato di sottoporsi al fotosegnalamento. L’assoluzione “per non aver commesso il fatto” è stata sollecitata, invece, per un terzo carabiniere, Francesco Tedesco, accusato come gli altri due di omicidio preterintenzionale: ma il militare era solo presente al momento del pestaggio ed è diventato poi un testimone chiave per aver rivelato a distanza di anni quanto avvenne quella notte. Per il magistrato, quelle botte furono concausa, se non addirittura causa, del decesso di Cucchi, la cui violenta caduta a terra determinòla frattura di due vertebre con conseguenze che lo portarono alla morte.

Ilaria Cucchi mostra la foto del fratello Stefano

Il giorno della requisitoria, il pm Musarò spiegò alla corte d’assise come “questo non fosse un processo all’Arma dei carabinieri”, ma contro cinque militari che nel 2009 “violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte”. Anzi, se si è arrivati alla verità’, è stato grazie alla “leale collaborazione offerta nel 2018 e nel 2019 proprio dall’Arma dei carabinieri in particolare dal Comando Provinciale di Roma, dal Reparto Operativo e dal Nucleo Investigativo”. Tra coloro che “tradirono” l’istituzione, per la procura, c’è anche il maresciallo Roberto Mandolini (comandante all’epoca della stazione Appia), per il quale è stata chiesta una condanna a otto anni di reclusione per falso. Per la stessa ipotesi di reato sono stati sollecitati tre anni e mezzo di reclusione per Tedesco. Mentre il ‘non doversi procedere’ per prescrizione del reato di calunnia ai danni dei tre agenti penitenziari (finiti imputati nel primo giudizio in corte d’assise, cioe’ in quello che la famiglia Cucchì ha sempre chiamato il processo sbagliato, perché accusati del pestaggio ma sempre assolti) è stato chiesto per Tedesco, Mandolini e per il quinto carabiniere Vincenzo Nicolardi. E, sempre il 14, ma nella cittadella di piazzale Clodio, finisce l’appello-ter (maturato grazie a due rinvii della Cassazione che annullo’ le sentenze di assoluzione) che chiama in causa i medici dell’ospedale Sandro Pertini dove Cucchi morì. Al vaglio della seconda corte di assise di appello di Roma, presieduta da Tommaso Picazio, è la posizione di chi ebbe in cura Cucchi, dal primario Aldo Fierro ai sanitari Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Il 6 maggio scorso, il sostituto pg Mario Remus aveva concluso la sua requisitoria sollecitando il ‘non doversi procedere’ per tutti gli imputati, essendo ormai prescritto il reato di omicidio colposo.

La corte potrà condividere le argomentazioni della pubblica accusa oppure entrare nel merito e pronunciarsi per l’assoluzione degli imputati soprattutto alla luce della perizia d’ufficio di Anna Aprile e Alois Saller secondo i quali Sefano Cucchi, durante la sua permanenza al Pertini, avrebbe potuto salvarsi se fosse stato sottoposto a una alimentazione adeguata e a un costante monitoraggio cardiaco. “La sua è stata una morte cardiaca su base aritmica improvvisa nel senso che nessun medico avrebbe potuto prevedere il 21 ottobre 2009 che il decesso si sarebbe verificato il giorno dopo. Tuttavia, c’erano già degli indicatori prognostici sfavorevoli che dovevano essere visti, intercettati e corretti”, queste le conclusioni dei due esperti. Martedì 12, infine, davanti al giudice Federico Bona Galvagno del tribunale monocratico, la cui astensione è stata avanzata nei giorni scorsi dalla famiglia Cucchi dopo aver scoperto la sua partecipazione in passato a eventi alla presenza di esponenti dell’Arma, prende il via il processo a otto carabinieri, fra i quali il generale Alessandro Casarsa e i colonnelli Francesco Cavallo, Lorenzo Sabatino e Luciano Soligo, per i falsi e i depistaggi compiuti nel 2009 e nel 2015 per coprire quanto accadde in caserma la sera dell’arresto di Cucchi. L’Arma, attraverso il comandante generale Giovanni Nistri, sarà parte civile al fianco della famiglia della vittima assieme alla presidenza del Consiglio e ai ministeri della Difesa e dell’Interno. I Cucchi vogliono citare come testi a favore gli ex ministri della Difesa Elisabetta Trenta ed Ignazio La Russa oltre allo stesso generale Nistri. Ma nella lista dei testimoni presentata dall’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, figurano anche i nomi di altri cinque generali: Vittorio Tomasone, Leonardo Gallitelli, Tullio Del Sette, Biagio Abrate e Salvatore Luongo. Il processo si annuncia complesso al di la’ delle implicazioni che coinvolgono rappresentanti dell’Arma dei carabinieri. Musarò, nel processo che si sta celebrando nell’aula di Rebibbia, ha gia’ avuto modo di anticipare il tema ricordando che “i depistaggi in questa vicenda hanno toccato picchi da film dell’orrore”. Parole che non sono piaciute agli imputati le cui difese sono pronte a dare battaglia.




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