CHIAMATE FREUD! LA SCHIZOFRENIA GIALLOVERDE MINACCIA LE ISTITUZIONI…

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Maggioranza numericamente Cinquestelle a guida politicamente leghista. Roba da alta psichiatria, roba da scomodare camici bianchi di indubbia fama di fronte alla schizofrenica foto dell’attuale quadro politico governativo. Chiamate Freud e tutti gli Altri…

La storia – vedrete – finirà male, molto male per i Pupi telecomandati dalla Casaleggio Associati.

E il tristissimo rituale consumatosi ieri sulla piattaforma Rousseau è lo specchio della crisi del M5s e del suo Capo politico ridotto a maggiordomo di Matteo Salvini.

In molti speravano in uno scatto di dignità da parte di Luigi Di Maio in seguito alla devastante sconfitta di domenica, una sconfitta che a molti osservatori è sembrato il naturale colpo di grazia dopo gli insuccessi inanellati nei mesi scorsi in occasione delle recenti elezioni Regionali. Ma si è trattato di una vana speranza, il Capo politico non si è dimesso e – da naufrago – ha atteso che dalla Rousseau gli lanciassero la ciambella di salvataggio.

Intanto nessuno sembra aver voglia di prendere atto delle – silenziose ma non troppo – motivazioni della sentenza delle urne. Sentenza espressa da milioni di elettori incazzati e delusi con graffi di matita e con astensioni dal voto.

Il voto di domenica scorsa ha detto chiaro e tondo che i Cinquestelle non incantano più. Non seducono più al pari di certi illusionisti quando – per infortunio o per scelta – rompono l’incantesimo facendo scoprire il trucco. E – una volta svanita l’illusione – è impossibile recuperare la fascinazione iniziale.

Ecco perché per un soggetto politico come il M5s – fondato sulla propulsiva spinta emotiva e morale ma sprovvisto di una bussola valoriale – è missione quasi impossibile il cercare di recuperare il perduto fascino.

Ora, archiviata la mesta ordalia fondata sui clic e preso atto dello scontato giudizio assolutorio dei tifosi della Piattaforma Rousseau, sarà dunque l’Anatra Zoppa uscita dalle urne delle elezioni Europee a guidare ufficialmente il M5s e a continuare ad indossare i panni di vicepremier e di ministro del Lavoro e dello Sviluppo.

È quanto avevano deciso e indicato Beppe Grillo e Davide Casaleggio prima di dare il via libera alle tastiere ed è quanto hanno fatto i beoti della Rousseau eseguendo diligentemente l’ordine della Premiata Scuderia.

Bene ha fatto Roberto Fico – l’ultimo dei puri – a non votare.

Ovviamente ora resta tutto da vedere in virtù di quale autorevolezza Luigi Di Maio possa tenere testa alle pretese certamente sempre più incalzanti del Socio di Governo Matteo Salvini, il Leader della Lega nonché vicepremier e Ministro dell’Interno che già parla da premier e detta condizioni e priorità dell’azione governativa.

Indubbiamente una scelta scellerata, questa di confermare Di Maio capo politico. Avrebbero fatto meglio Grillo e Casaleggio a consigliargli le dimissioni.

Una scelta scellerata che ancora una volta ha messo in luce la funzione di foglia di fico della Piattaforma, lo strumento della Casaleggio Associati attraverso il quale si cerca di nascondere il vuoto politico nel quale galleggia il M5s. Non a caso lo strumento che ieri ha salvato Di Maio è lo stesso che non troppo tempo fa i Cinquestelle usarono per salvare Salvini dal processo per sequestro di persona in occasione del caso Diciotti, la nave della Marina Italiana che raccolse in mare una pattuglia di disperati.

Una scelta scellerata consigliata dalla disperazione e imposta dalla necessità di salvare poltrone, scranni e pagnotte.

E già, perché il limite del doppio mandato e le devastanti emorragie elettorali fatte registrare negli ultimi mesi spingono Big e Peones pentastellati a tenere duro, a salvaguardare la sopravvivenza in Parlamento il più possibile. Un atteggiamento che – vedrete – scheggerà ulteriormente l’immagine del M5s.

I Cinquestelle si atteggiavano a paladini della morale pubblica contro i privilegi e si facevano credere diversi dai soliti politici. In realtà sono come tutti gli altri. L’istinto di conservazione – del resto – è priorità comune e diffusa nei Palazzi.

Non è disfattismo, non sono valutazioni qualunquistiche queste che state leggendo, sono lo specchio della degenerazione morale e politica, della decomposizione e della putrescenza di un gruppo politico che della Trasparenza aveva fatto bandiera.

Inutile dire che Di Maio – avendo preferito di non dimettersi – dalla vicenda esce irrimediabilmente ridimensionato.

Ridimensionato per mano degli elettori, per mano del referendum di ieri pilotato da Beppe Grillo e da Davide Casaleggio e ridimensionato in seguito alla propria scelta di restare ancorato a tutti i costi agli incarichi di Partito e di Governo. È stata l’ennesima dimostrazione di debolezza da parte del Capo elettoralmente tumefatto di un soggetto politico privo di identità e senza spina dorsale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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