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Daniel Lee, La poltrona della SS 

Tra indagine e romanzo, la storia di un nazista "qualsiasi"

I colpi di scena e le continue scoperte di un’indagine storica sulla Shoah condotta con grande rigore, ma anche il respiro di un avvincente romanzo: è racchiusa qui la bellezza de “La poltrona della SS”, il Libro scritto dallo storico inglese Daniel Lee, pubblicato in Italia da nottetempo in occasione del Giorno della Memoria. Al centro del volume una misteriosa vicenda nata dal casuale ritrovamento, all’interno del cuscino di una vecchia poltrona, di un fascicolo di documenti ricoperti di svastiche e tutti riconducibili a Robert Griesinger, giurista di Stoccarda, entrato a far parte delle SS negli anni del regime di Hitler. Venuto a conoscenza di questa storia e desideroso di saperne di più su Griesinger, Lee inizia a indagare, mettendosi sulle tracce di un uomo – un semplice burocrate e padre di famiglia – solo apparentemente lontano dalla ferocia del nazismo. Griesinger, la cui vita è stata dimenticata rimanendo sepolta sotto nomi di criminali tristemente più famosi e fatti eclatanti della grande Storia, in realtà è stato pesantemente coinvolto nei crimini contro gli ebrei.

“Non un tedesco qualsiasi, ma un nazista qualsiasi”: così lo definisce Lee, raccontando l’esistenza di questo “assassino da scrivania” passo dopo passo, sistemando al posto giusto un tassello dopo l’altro. Il Libro è dunque il frutto di una ricerca accurata e difficile, durata ben 5 anni, in cui l’autore ha messo insieme telefonate, documenti e fotografie originali, coincidenze e segreti di famiglia, viaggiando ovunque vi fosse un indizio, tra Praga, Berlino, Stoccarda, Zurigo, New Orleans e in diverse cittadine tedesche di provincia dove Griesinger aveva studiato e lavorato. Quello che emerge, in un reportage denso e acuto, è il ritratto di un uomo ambizioso e glaciale, ma ordinario, che ha lavorato nell’ombra per la “causa” nazista. Griesinger si è macchiato di gravi colpe, di cui in pochi erano a conoscenza, e ha nascosto i suoi segreti in un mucchio di fogli dentro una poltrona: forse neppure la famiglia sapeva cosa era stato capace di fare, anche se forse avrebbe potuto immaginare. Lee spiega che la moglie dell’ufficiale nazista, rifugiatasi in Svizzera con le due figlie (che l’autore ha incontrato), si chiuse in un ostinato silenzio dopo che lui morì a Praga nel 1945: sulle vicende del marito la donna non disse mai una parola e alla fine sembrò dimenticare, dopo essersi risposata.

Non solo storico capace di “inseguire” le tracce – ormai labili, dopo tanti anni – lasciate da questo oscuro funzionario del Terzo Reich, ma anche abile e appassionato narratore degli “umori” – non solo dei fatti – di un’epoca complessa come quella della Seconda Guerra Mondiale, Lee ha il merito di focalizzare l’attenzione sulle sfumature: l’obiettivo infatti non è dividere la storia tra il bene e il male, con gli oppressi da una parte e i cattivi dall’altra, ma saper cogliere ciò che sta nel mezzo. Ossia rivelare le dinamiche legate al consenso e al conformismo negli anni del regime nazista attraverso vite dimenticate e apparentemente meno “fondamentali” di quelle dei gerarchi più noti. “Questi nazisti di rango inferiore sono doppiamente  invisibili: ignorati dagli storici, ma anche dimenticati o volutamente cancellati dalla memoria dei loro parenti ancora in vita”, scrive Lee. che incredibilmente ha trovato anche un legame tra il passato della sua famiglia e la vita di Griesinger. E aggiunge: “I fanatici e gli assassini che ben conosciamo non avrebbero potuto esistere senza tutti coloro che facevano funzionare la macchina del governo, sbrigavano le pratiche e vivevano fianco a fianco con le potenziali vittime del regime, nelle quali infondevano paura e la costante minaccia della violenza”.

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