DIDATTICA ON LINE PER 4 MILIONI DI ALUNNI A CASA, COSÌ IL MINISTERO SI ATTREZZA PER FRONTEGGIARE L’EMERGENZA

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Sono circa 26mila istituti, quasi 200mila classi, il 40% dell’intera popolazione scolastica del Paese è a casa

L’emergenza coronavirus in Italia è nei numeri, con il 40% dell’intera popolazione scolastica del Paese che resta a casa. La preoccupazione non è tanto per le scuole chiuse in questo momento, ma per quelle che potrebbero rimanerlo più a lungo. La soluzione individuata anche dal decreto appena approvato sono le cosiddette “classi virtuali”. Qualcuno si è già attrezzato: l’esempio virtuoso è quello dell’Istituto tecnico Enrico Tosi di Busto Arsizio. Ma molti istituti non sono preparati e gli insegnanti non hanno ricevuto training. Intanto viene escluso per il momento l’allungamento dell’anno scolastico in estate.

Scuole chiuse in sei Regioni, più un’altra (Marche) che ha deciso in autonomia con tanto di scontro istituzionale col governo, e qualche città a macchia di leopardo come Napoli o Palermo. Enormi disagi per le famiglie ma soprattutto timori per il prosieguo dell’attività didattica, tra chi confida nella tecnologia e chi invoca l’allungamento delle lezioni in estate (come ha fatto Matteo Salvini).

Il Coronavirus ha fermato anche la scuola

È presto in realtà per parlare di emergenza: per il momento la chiusura è circoscritta alle Regioni settentrionali, e soprattutto a pochi giorni, massimo una settimana. Nulla che possa mettere a rischio la validità dell’anno scolastico. Diverso sarebbe se l’allarme dovesse prolungarsi, eventualità che al momento non è possibile escludere del tutto. Per questo il Ministero dell’Istruzione ha messo su una “task force” per le lezioni online, così da non fermare la didattica, e nel caso la situazione dovesse precipitare studia una norma per salvare l’anno di tutti gli studenti. In Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Friuli Venezia-Giulia non si farà lezione fino al 1° marzo, nelle Marche addirittura fino al 4. Sono circa 26mila istituti, quasi 200mila classi e 4 milioni di alunni inattivi, il 40% dell’intera popolazione scolastica del Paese. L’emergenza è nei numeri. Per tutti il Ministero ha diramato una serie di istruzioni base: niente gite fino al 15 marzo (con la possibilità di essere rimborsati per chi ha già pagato, un salasso per le agenzie); certificato medico obbligatorio per tornare in classe dopo 5 giorni di malattia; possibilità di attivare la didattica a distanza nelle scuole dove l’attività è sospesa. “La situazione è in evoluzione, stiamo valutando tutti gli scenari. Vogliamo garantire un servizio pubblico essenziale ai nostri studenti”, ha spiegato la ministra Lucia Azzolina.

La preoccupazione non è tanto per le scuole chiuse in questo momento, ma per quelle che potrebbero rimanerlo più a lungo, visto che nulla assicura che l’allarme svanisca nel giro di pochi giorni. Dalla settimana prossima infatti le chiusure potrebbero comunque continuare su base provinciale, nei focolai del contagio. La soluzione individuata anche dal decreto appena approvato è la didattica a distanza. Si tratta delle cosiddette “classi virtuali”: docente e studenti si ritrovano connessi su una piattaforma online, un semplice software che si installa su computer, tablet, persino uno smartphone (con cui però diventa un po’ più complicato); l’insegnante ha la possibilità di caricare materiali multimediali, gli studenti di interagire. Qualcuno si è già attrezzato: l’esempio virtuoso è quello dell’Istituto tecnico Enrico Tosi di Busto Arsizio, che già da martedì ha attivato i corsi online, secondo il normale orario di lezione.

Il problema è che, nonostante ormai quasi tutte le scuole prevedano strumenti digitali (dal registro elettronico in giù), poche sono preparate a fare didattica a distanza, anche soltanto per mancanza di pratica: secondo uno studio di Save the Children circa la metà degli insegnanti (48%) non ha mai ricevuto un training formale sull’uso delle nuove tecnologie per la didattica. E poi bisogna considerare un fisiologico gap tecnologico, sia degli istituti che magari non hanno le dotazioni sufficienti, sia delle famiglie meno abbienti che potrebbero non avere un computer o una connessione a disposizione. Non tutti saranno pronti come a Busto Arsizio.




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