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GeVi Napoli-Scafati, considerazioni a freddo sul derby campano…e non solo

La GeVi porta a casa il successo sul parquet, entrambe, però, vincono contro l’uscita infelice di Gandini.

PalaBarbuto, 14 marzo 2021: nell’assordante silenzio di cori, urla e fischi che trafigge il cuore non solo per l’assenza di pubblico, ma anche per chi non potrà mai più tornare sugli spalti, se appassionato, o appassionarsi a questo bellissimo gioco, se ancora gli fosse sconosciuto, la GeVi Napoli e la Givova Scafati hanno messo in campo il miglior basket della seconda serie nazionale, senza se e senza ma. Sembra quasi voluto l’alternarsi del meglio di una e dell’altra compagine, come se si volesse dire a tutti “guardate di cosa siamo capaci”.

La vince Napoli, la vince perchè brava a reagire e ad essere più costante dell’avversaria, la vince perchè riduce il lungo più determinante della categoria, Charles Thomas, ad un misero 2/16 dal campo, perchè assidera la verve offensiva di Jackson, tiratore pericolosissimo e mai messo in ritmo, perchè sorprende un’avversaria che, dopo i primi 10’, ha commesso l’errore di credere che la direzione del match fosse quella delle ultime uscite. E non si è più ripresa dalla disillusione, cosa che dovrà far riflettere coach Finelli ed il suo staff sulla tenuta psicologica di una squadra che appariva molto più solida mentalmente.

Napoli non c’è stata, non ha accettato un verdetto precoce ed ha reagito con energia, aggiustandosi soprattutto sui cambi difensivi che tanto male le avevano fatto nel primo quarto. È emblematico come Mayo, che paga una differenza esorbitante di kg e centimetri, riesca due volte a sfilare la palla dalle mani di Thomas lanciato a canestro.

Era ovvio che i gialloblu non avrebbero potuto tenere l’overperformance mostrata contro l’Eurobasket Roma dal punto di vista offensivo, non è un caso che si passi da 103 a soli 68 punti segnati.

Scafati perde la partita dentro l’area, dove Napoli segna con il 53% a fronte del 41% gialloblu: 21/40 lo score azzurro da 2, solo 13/32 quello degli ospiti, frutto soprattutto di una difesa dura, tosta, che vede in Sandri un baluardo a tratti insormontabile, ed anche il kamikaze che spende il quinto fallo quando sa di aver dato tutto, come se fosse il mediano che canta Ligabue che, ad un certo punto, deve “andare e fare posto”.

Perde perchè, stavolta, Palumbo paga l’inesperienza e perde troppe palle sanguinose, ben 6, senza aggiungerci un numero di assist concorde alle precedenti uscite e fattore di equilibrio anche dei rischi che la giovane età porta giustamente a prendersi.

E perde, infine, perchè non ha risolto alcune problematiche difensive che solo il risultato ottenuto contro Roma aveva nascosto anche ad occhi attenti: coach Sacripanti, invece, capisce subito che quello è un punto dove colpire il dirimpettaio Finelli – forse troppo condizionato dalle accuse di erronea gestione di Thomas all’andata – e le azioni offensive azzurre sono piene di tagli in back door che producono dividendi proprio nella tendenza degli avversari a cercare di presidiare troppo il pitturato profondo, e infatti proprio Sandri, ormai classico “4 tattico”, trova due triple consecutive con tantissimo spazio. Ciò che l’Eurobasket ha perdonato, Napoli ha punito con estrema severità.

 

I PROTAGONISTI

MVP: DANIELE SANDRI

Molti, non senza motivo, avrebbero dato la palma a Marini, decisivo nel finale per chiudere le ostilità, o Parks, protagonista nel terzo parziale; eppure Sandri questo premio ideale se lo merita tutto.

Difensivamente, l’ex Roma è uno scoglio a tratti insormontabile, che accetta cambi e mismatch con naturale scioltezza e ne esce spesso vincitore; e dire che lui, ala piccola di nascita, si trova schierato da ala forte contro il miglior interprete del ruolo che il campionato di A2 possa offrire attualmente, un mismatch di partenza che non è tale “tecnicamente” solo perchè entrambi partono schierati nella stessa posizione.

E poi c’è la parte offensiva, argomento di critiche di una parte dell’ambiente partenopeo che chiedeva all’ala milanese di apportare anche sull’altro lato del campo: la tendenza a ritrovare un buon rapporto con la retina si era vista già in precedenti uscite, ma si accoppia ad un’inesauribile energia su qualsiasi palla vagante, che sia un rimbalzo offensivo, una smanacciata o un tuffo a deviare il pallone che viene recuperato da un compagno.

Daniele è in ogni dove, coltellino svizzero irrinunciabile per coach Sacripanti che abbassa, alza, cambia i quintetti grazie anche alla versatilità del suo numero 12, ne sfrutta il dinamismo per battere i dirimpettai sul primo passo o per tenere anche gli esterni; elemento irrinunciabile per i compagni a cui trasmette energia, migliorandone anche l’approccio al gioco.

 

CLUTCH MAN: PIERPAOLO MARINI

Fa e disfa, rischia di provocare la rimonta di Scafati con un fallo tecnico evitabile, rimedia chiudendo la porta in faccia alle ultime speranze gialloblu con due canestri consecutivi. È protagonista dell’immagine del match con il canestro ad inizio quarta frazione in cui si prende di forza il centro dell’area e batte una difesa che era collassata su di lui: tenacia, energia, talento, emotività, ecco gli ingredienti del peperino abruzzese, a tratti “arrosticino atomico” indigesto per qualsiasi difensore.

I colori gialloblu sembrano quasi esaltarlo, 26 punti all’andata, 18 al ritorno, media di 22 quando affronta i cugini. Queste partite lo esaltano, ed esaltano i tifosi.

 

LA DELUSIONE: CHARLES THOMAS

Più di Jackson, ordinato quanto mortifero tiratore che può incappare in una giornata no, specialmente se non messo in ritmo. Thomas, come all’andata, fattura, ma fattura soprattutto dalla lunetta, stavolta quasi esclusivamente. Da un giocatore del suo spessore, giustamente, coach Finelli si aspetta un salto di qualità che non si riflette nel 2/16 dal campo. Che poi sia preciso dalla linea della carità è un merito, certo, ma non basta a giustificarne la prestazione. Soffre, parecchio, la difesa azzurra, anche quando il mismatch sarebbe molto più facile da vincere che da perdere; offre solo un lampo della sua classe cristallina con la tripla segnata nonostante le mani in faccia di Zerini e paga, suo malgrado, le critiche di tanti tromboni che avevano accusato, all’andata, coach Finelli di non saperlo gestire. Stavolta il tecnico bolognese gli dà tutti i minuti che tanti critici avrebbero voluto ma ottiene soltanto di spremerlo ed offuscarne mira e scelte. Scafati ha bisogno del miglior Thomas, lasciate che sia Finelli, che in A1 non ha allenato per caso, a capire come sfruttarne al meglio le potenzialità.

 

IL SUB: ANTONIO IANNUZZI

Criticato, sbertucciato, irriso inizialmente da Benvenuti, l’ex Brindisi non si è perso d’animo ed ha conquistato il pitturato lontano dai riflettori, con qualche lampo di qualità come il canestro in reverse con cui si porta a spasso entrambi i lunghi avversari. Alla fine, zitto zitto, il pivot irpino mette a referto 9 punti e 10 rimbalzi, sfiorando la doppia doppia come un sottomarino che naviga appena sotto il pelo dell’acqua ed esce improvvisamente a silurare le navi nemiche.

 

L’ULTIMO DEI GIAPPONESI: RICCARDO ROSSATO

La guardia veneziana attraversa un buon momento di forma ed è l’ultimo ad arrendersi, anche quando la partita è finita. Non ci sta a vedere la melina finale di Monaldi, non ci sta a veder scappare gli avversari. È senza dubbio il migliore dei suoi, ma altrettanto indubbiamente è meno sfruttato di quanto servirebbe, vista anche la serata storta al tiro di Jackson. Certo, sull’ultimo possesso la partita è abbondantemente finita e qualcuno avrebbe potuto dirglielo, ma Scafati ha bisogno di più Rossato per fare quel passo in avanti che le manca per essere pienamente in corsa. Ha bisogno che tutti e 10 siano “ultimi giapponesi”.

 

CONTROCORRENTE: ANDREA ZERINI

Palla a due e subito due falli sanzionati; chiunque potrebbe dire che la partita di Zerini, se non finita, è ormai palesemente condizionata. E invece no: Sacripanti lo richiama in panchina e, quando lo rimanda sul parquet, trova un giocatore che pare abbia studiato l’arte della guerra di Sun Tzu in poco meno di un quarto d’ora. Da lì diventa praticamente impeccabile, nelle scelte difensive, nelle palle vaganti su cui andare a sbucciarsi le ginocchia, nella scelta di attaccare il canestro. La schiacciata che inchioda su assist di Monaldi è uno spettacolo per i fotografi ma è anche la dimostrazione di come si possa risalire un fiume che ti stava già spingendo a fondo valle, nel dimenticatoio di una partita che tritura senza pietà chi non è pienamente sul pezzo.

 

LO ZEN: JOSH MAYO

Non si prende neanche una tripla, e questo fa notizia. Sembra quasi che abbia intuito da subito che non è la sua giornata al tiro, allora cambia registro, forzando falli che lo mandano in lunetta, assistendo i compagni, creando vantaggi. Certo, a fine gara lo score personale dice 8 punti in 21 minuti, ma dice anche che il suo Offensive Efficiency Rating è di 1.14, ovvero oltre 1 punto per possesso. È saggio comprendere i propri limiti, magari anche passeggeri, perchè permette di sfruttarli a proprio vantaggio. Mayo lo fa, e recupera anche due palloni importantissimi, strappandoli letteralmente ad avversari a cui rende un iniziale vantaggio fisico che glielo impedirebbe.

 

I COACH

Anche stavolta è Sacripanti a vincere la sfida: Finelli pianifica bene il match, puntando forte sui vari cambi che, nel primo quarto, mettono in seria difficoltà la difesa partenopea ma fa i conti senza valutare il peso di un eventuale ritorno di fiamma degli avversari.

La partita, il tecnico bolognese, la perde ben oltre i demeriti tattici, o ben oltre i meriti di Sacripanti che riadatta gli accoppiamenti difensivi in corsa e si gioca il jolly Sandri che spariglia totalmente le carte in tavola; la perde perchè, dopo partite vissute con relativa tranquillità, la sua squadra dimostra di non saper reggere il confronto contro avversarie mentalmente forti come Napoli o la stessa Ravenna che ha violato il Pala Mangano poche settimane fa.

Finelli ha tra le mani un gigante, un gigante che, però, ha ancora i piedi d’argilla.

 

Sacripanti, invece, può godersi un successo che arriva proprio dall’aspetto che tanti grattacapi aveva creato a lui ed al suo staff: Napoli non era mai stata in una situazione come quella venuta fuori dopo i primi 10’, non tanto per il risultato quanto per lo spaventoso predominio avversario.

Guardando indietro, gli azzurri avevano patito troppo spesso dei momenti di eccessivo relax che non erano riusciti ad invertire, come se la spina non potesse riattaccarsi.

Stavolta non è così: non solo ottiene risultati tattici dall’inserimento di Sandri e da un sempre più sinergico doppio play, schierato sempre più spesso con Monaldi e Mayo a dividersi compiti e possessi, ma anche di mentalità perchè Napoli, sia chiaro, rischia di staccare la spina di nuovo quando tocca il massimo vantaggio ma Sacripanti, capito il problema e trovatosi con i suoi due “4” fuori per falli, tocca le corde giuste soprattutto di un Marini che pareva uscito dalla partita con quel fallo tecnico che aveva regalato nuova linfa agli avversari. Il risultato è una difesa che impedisce a Scafati di segnare da lí alla sirena e la guardia abruzzese che segna i due canestri che chiudono la contesa.

 

LO SPETTACOLO SUL PARQUET CONTRO QUELLO DELLE PAROLE

Doveva essere la partita migliore che potesse offrire l’attuale Serie A2, almeno per i nomi in campo, e non ha tradito le attese: Napoli e Scafati hanno offerto uno spettacolo che sarebbe piaciuto anche ai palati fini del “piano di sopra”.

Piacciono molto meno le dichiarazioni del Presidente LBA Gandini, il quale si è avventurato nell’esprimere dubbi, così come fatto da Sardara qualche tempo prima, sull’effettiva tenuta economica di chi aspira al salto di categoria perchè avrebbe rifiutato di farlo in estate, affermando addirittura, ai microfoni dei giornalisti alla vigilia della finale di Coppa Italia, che “Il fatto che ora ci siano squadre di questo campionato che non vedono l’ora di salire di categoria mi fa un po’ sorridere”(come riportava basketmarche.it la mattina del 17 febbraio). A noi, quest’esternazione, non suscita alcuna ilarità.

Curiose parole, queste, per un dirigente che dovrebbe avere contezza di quanto una seria programmazione eviti precisamente il salto nel vuoto che si chiedeva a queste società.

Da quando, ci chiediamo, il concetto di solidità economica andrebbe d’accordo con una spesa che nulla ha d’investimento?

Perchè dobbiamo essere costretti a ricordare con quali presupposti si chiedeva alle varie Napoli, Verona, Ravenna o simili di accettare la massima categoria?

Perchè un imprenditore, che comunque sopporta spese sostanzialmente invariate (basti guardare alla voce contributi NAS del documento LNP) per fare la serie A2 nonostante non vi sia alcun ricavo da botteghino, voce molto più significativa nel basket che nel calcio, avrebbe dovuto assumersene di ben più onerose a ricavi ridotti praticamente a zero?

Per essere sparring partner di Milano? Per fare numero per un anno?

Un bravo imprenditore, soprattutto nello sport, si vede dalla lungimiranza con cui opera e si prende anche i rischi d’impresa. Un bravo imprenditore sa che non ha senso buttare soldi in una stagione come questa, perchè quei fondi possono servire a medio e lungo termine. Perchè qui, di rischio, non c’era assolutamente nulla, c’era solo la certezza di spendere sostanzialmente a vuoto.

Evidentemente, viste le pregresse esperienze, il dottor Gandini dimentica di non essere più a capo di una lega di uno sport in cui la voce botteghino è diventata quasi marginale negli anni, a fronte di milioni e milioni di diritti televisivi che hanno ottenuto anche di spezzettare un campionato in barba ai tifosi che affollavano gli spalti.

Evidentemente, prima di dubitare della solidità di chi preferisce crescere gradualmente, dovrebbe ammettere di essersi sbagliato nelle valutazioni, a meno che non si volesse il classico pollo al tavolo da poker, un partecipante che servisse solo a fare numero di cui potersi liberare facilmente perchè sarebbe retrocesso oppure, per tenere il livello di competizione, avrebbe compromesso le basi economiche costruite con tanta fatica.

Napoli e Scafati non potevano vincere contemporaneamente sul parquet del Pala Barbuto, ma sul parquet della coerenza e del fare buon basket hanno surclassato chi dirige il piano di sopra a cui, legittimamente, aspirano ad arrivare sul campo, con serietà e programmazione, senza la scelleratezza che qualcuno scambia per solidità.

Ci saremmo risparmiati volentieri l’uscita infelice, allo spettacolo di presunti supermanager preferiamo quello del parquet.

CreditPhoto: Massimo Solimene


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