Giustizia, maggioranza senza numeri in Senato su relazione Bonafede: no a quota 160 

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Una delle più celebri battute di Totò recitava: “È la somma che fa il totale”. Non farà ridere Giuseppe Conte, perché alle sue orecchie suona come l’avant papier di ciò che può accadere questa settimana in Senato, quando il suo governo rischierà seriamente di andare “a sbattere” (copyright Andrea Orlando). Il Guardasigilli Alfonso Bonafede, da sempre uno degli uomini più vicini al premier, giovedì presenterà la sua relazione sulla giustizia, ma i numeri per il via libera non ci sono. L’accusa più ricorrente è che la sua azione ha avuto un’impronta troppo giustizialista: e se i conti non tornassero, l’unica strada che resterebbe da percorrere sarebbe quella che porta da Palazzo Chigi al Quirinale, ma senza ritorno. La matematica non è un’opinione. Dopo lo strappo di Italia viva la maggioranza può fare affidamento solo sui voti dei 92 senatori Movimento 5 Stelle, dei 36 del Partito democratico, dei 6 di Leu e 4 di Maie-Italia23. A patto che non ci sia nemmeno una defezione, perché un raffreddore può cambiare il corso degli eventi. A questi si possono aggiungere i senatori a vita Mario Monti ed Elena Cattaneo, ma già Liliana Segre è in dubbio.

In totale 140 sì, ai quali potrebbe accodarsi qualche altro consenso dal gruppo Misto. In poche parole, non solo quota 161 è ben lontana, ma anche i 156 raggiunti la settimana scorso diventano un traguardo appetibile. Di sicuro non sono utili a scalfire il muro dei 154 che hanno già annunciato parere contrario alla relazione. Tra questi i 54 parlamentari di Forza Italia, i 19 di Fratelli d’Italia e i 63 della Lega. Ai quali si aggiungono i 17 di Italia viva e (se non accadrà nulla di nuovo da qui a giovedì) il socialista Riccardo Nencini. Ma nel computo possono essere tranquillamente inseriti anche alcuni elementi del Misto, come Matteo Richetti (Azione), Emma Bonino (+Europa), Sandra Lonardo Mastella, più Gaetano Quagliariello, Paolo Romani e Massimo Berruti (Idea-Cambiamo!). Potenzialmente, dunque, ben 160. Un numero che riecheggerebbe con una discreta forza fino al Colle più alto di Roma. Che per il momento resta spettatore interessato delle evoluzioni politiche, senza intralciare il lavoro e le prerogative del Parlamento. Ma al Quirinale non sfugge una virgola di quanto sta accadendo e di quanto potrebbe accadere tra pochi giorni.

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