Breaking News

Giustizia, quella riforma s’ha da fare

Processi lumaca, scarcerazioni facili: cosa non va in Italia e perché bisogna intervenire

La scarcerazione di Giovanni Brusca ed alcuni recenti fatti di cronaca, come, ad esempio, il terremoto giudiziario che ha travolto l’avvocato siciliano Pietro Amara e l’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, hanno riacceso, prepotentemente, i fari sull’importanza di varare, quanto prima, una riforma della giustizia in Italia. A patto e a condizione, s’intende, che in Parlamento, l’eterogenea maggioranza che sostiene il governo Draghi, riesca a trovare una sintesi tra l’ala pura e dura dei “manettari” e il fronte dei garantisti. Perché, altrimenti, come da italico costume, anche stavolta ci si perderà in un inutile quanto vuoto “chiacchiericcio” e noi continueremo a provare rabbia quando ci capiterà di rimanere imbrigliati nelle maglie di un procedimento lungo e farraginoso, pensando a chi, pur essendosi sporcato le mani di sangue, ha potuto riabbracciare la libertà.

Chiariamo subito. Lungi da noi chiedere che siano tolte leggi come quelle sui pentiti, volute, a suo tempo, da Giovanni Falcone e di cui Brusca, in primis, ha potuto beneficiare quando ha deciso di saltare il fosso. “Perfezionarle”, però, sì. Questo è fattibile. Magari limando al ribasso lo “sconto” ed accentuando al rialzo la condanna. E sempre che il pentimento sia reale, concreto e soprattutto veramente utile agli inquirenti nell’opera di sradicamento del “malaffare”. Perché ciò che più conta, in casi del genere, è che non si lasci adito a dubbi di sorta e/o retropensieri vari sull’esistenza di presunti “papielli” o patti con la mafia (che dir si voglia). Fuor di metafora: la scarcerazione di “u verru”, il porco, come il boss di San Giovanni Jato era soprannominato, qualche perplessità (non solo di tipo etico), la desta. Non c’è stato politico, d’altronde, da destra a sinistra, che non si sia indignato di fronte alla liberazione del fedelissimo del Capo dei Capi di “Cosa Nostra”, Totò Riina. C’è chi ha parlato di pugno nello stomaco, chi ha urlato “vergogna”, chi più semplicemente si è appellato all’ingiustizia, ribadendo che sì, forse lo “scannacristiani”, altro soprannome di Brusca, non ha vuotato del tutto il sacco sulla stagione delle stragi e che il suo pentimento non sia stato reale e sincero fino in fondo.

“Non basta dire ‘perdono’. Il pentimento lo deve dimostrare, per esempio raccontando davvero tutto quello che sa mentre io sono convinto che la collaborazione di Brusca sia una collaborazione incompleta” ha detto, non a caso, Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo ucciso nella strage di via d’Amelio, commentando, con l’agenzia di stampa Adnkronos, l’intervista rilasciata 5 anni fa dall’ex padrino, a una tv francese. Un’intervista in cui Brusca chiedeva scusa ai familiari delle vittime ed alla sua famiglia.
Fuor di metafora: che esistesse un’emergenza chiamata “giustizia” lo si sapeva già prima che “u verru” riguadagnasse la libertà. Altrimenti, casi come quello sollevato dalle dichiarazioni dell’ex pm Palamara sul cosiddetto “sistema” delle correnti della magistratura o la scarcerazione di alcuni boss, avvenuta, un anno fa, nel pieno dell’emergenza Covid, non ci avrebbero insegnato nulla. E che dire dei processi lumaca che, soprattutto in ambito civile, hanno più volte acceso i riflettori sui tempi drammatici dei tribunali di casa nostra, con i giudici di Strasburgo che spesso hanno “bacchettato” il BelPaese proprio perché non riesce a garantire il diritto per ogni cittadino ad un processo equo in tempi ragionevoli?

Nel caso di Brusca, occorre precisarlo, a scanso di equivoci, non c’è stato alcun errore giudiziario. Nessun vizio di forma insomma o chissà quale altro escamotage legale. Nossignore. Non in questo caso, almeno. Il boss pentito ha lasciato il carcere (sarà comunque sottoposto a 4 anni di libertà vigilata, come disposto dalla Corte d’Appello di Milano) perché, semplicemente, ha finito di scontare la sua pena. Tutto qua. Dunque nulla di irregolare. Però: come si può rimanere impassibili sapendo che uno tra i killer più spietati e sanguinari della cosca dei Corleonesi, autoaccusatosi di almeno 200 delitti (alcuni dei quali particolarmente efferati), l’uomo che azionò il telecomando che fece esplodere la bomba che provocò la strage di Capaci, l’uomo che ordinò lo strangolamento e lo scioglimento nell’acido del piccolo Giuseppe Di Matteo (di appena 12 anni), solo per cercare di far tacere suo padre Santino (che aveva deciso di collaborare con la giustizia), potrà riabbracciare i propri cari a differenza delle decine e decine di familiari delle sue tante vittime, loro sì, condannati al fine pena della sofferenza perpetua? Chiaro, scontato, umano provare sdegno e rabbia. Mettiamoci nei panni di chi, magari per un caso di presunto abuso edilizio, si ritrova invischiato in un procedimento che, se gli andrà bene, per concludere il primo grado di giudizio, lo costringerà ad attendere anche fino a mille giorni e poi accende la tv e si imbatte in una notizia del genere. Cosa potrà mai provare costui? Rabbia, delusione, rancore.

Tuttavia, dura lex, sed lex. Che fare allora e dove intervenire? Questo è compito della politica appurarlo. Sempre che riesca a mettersi d’accordo, lo ripetiamo, perché la partenza, tra la riforma alla quale sta lavorando la “task-force” della Guardasigilli Marta Cartabia (dove si propongono criteri più stringenti per le nomine, lo stop al sorteggio per l’elezione del Csm, possibili rientri in magistratura, ma con incompatibilità territoriali, per le toghe che hanno deciso di entrare in politica e più limiti ai passaggi da pm a giudice, e viceversa) e la strada referendaria scelta da Lega e Radicali, non appare delle più concilianti e percorribili. Quel che è certo è che una riforma, in Italia, è non solo importante e necessaria ma addirittura obbligatoria e indifferibile se il nostro Paese ha intenzione di rimanere nel novero degli Stati membri dell’Unione a testa alta, anche ai fini dell’erogazione delle risorse del Recovery Fund. Insomma: s’ha da fare, senza più se e ma. Ma possibilmente agendo. Ora, non domani.

 


Loading Facebook Comments ...

leave a reply