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Il mio Diego, che non potrò più guardare negli occhi.

Ci ho pensato a lungo, mentre asciugavo le lacrime e volevo urlare con tutta la forza che avevo in corpo quella sola frase che continuavo a ripetere a me stesso nel vano tentativo di convincermi: NON È VERO. E invece quel pianto irrefrenabile aveva un solo significato, ancora adesso non riesco a metterlo nero su bianco. Ho pensato che un giornalista, un articolista, il cui mestiere è trovare le parole giuste per descrivere anche quello che mai avrebbe voluto vedere in vita, avrebbe dovuto sovrapporsi al dolore, allo strazio. Non ci sono riuscito. Non stavolta.

Solo adesso, alle 3 e 57 del mattino, ho avuto la forza di capire che non servono parole giuste, non con lui, e di getto ho pensato che l’unica cosa vera che potessi apportare è quel poco che Diego l’ho vissuto, minuti divisi in anni di vita, minuti in cui a me, davvero, tremava qualsiasi cosa dall’emozione.

Io Diego l’ho visto, l’ho visto due volte dal vivo, a distanza di 8 anni l’una dall’altra. Tra l’altro, sempre nello stesso posto, Hotel Eurostars Suites Mirasierra, Madrid. La prima volta fu un 13 novembre del 2009, in occasione dell’amichevole che avrebbe visto scendere in campo la sua Argentina, di cui era Commissario Tecnico, e la Spagna. Il risultato finale lo ricordo, ma non m’interessa, so solo che quel primo pomeriggio mandai a quel paese le lezioni all’università e, invece che a Getafe, direzione sud, mi diressi a Mirasierra, direzione nord, imprecando ogni volta che sbagliavo strada, che ogni secondo era troppo prezioso per essere perso. Arrivai con più anticipo possibile, cominciai ad aspettare. Che l’Argentina sarebbe arrivata lo si capiva perché qualcosa, nello spiazzo dove avevo preso tutto il freddo possibile di Madrid, cominciava a muoversi, e quando arrivò l’autobus della squadra lo spiazzo era pieno ed io, 20 anni da fare di lí a poco, ero già una fontana danzante. Tremavo, e il freddo non c’entrava niente, e piangevo a dirotto, come un bambino ancora incapace di gestire le emozioni…e poi lo vidi. Scese gli scalini e subito cominciò a firmare autografi, baciare bambini sulla guancia…io ero tra i più vicini all’entrata dell’albergo, posizione brutta perché, di solito, lí i calciatori colgono l’occasione per scappare a riposare, ma Diego no, si fermò davanti a me che gli tendevo un foglio e mi guardò negli occhi. Che fossi Napoletano lo capì all’istante, nonostante io sia bilingue italiano spagnolo non riuscivo ad articolare mezza parola nella lingua iberica, riuscivo a dire solo il suo nome con un accento che lui non faticò a riconoscere. Ho il ricordo del suo sguardo, di come per un attimo mi guardò, fu un secondo che mi parve durare una vita; poi mi sfiorò il viso con la mano destra, come a rassicurarmi mentre tremavo. Il ricordo di quella sera è custodito gelosamente, sotto la sua firma ci ho scritto la data in cui l’ho incontrato per la prima volta.

La seconda volta fu in occasione di Real Madrid – Napoli, era l’una di notte, tra il lunedì ed il martedí, e Diego accompagnava la squadra, su invito di De Laurentiis. Ero lí con un mio amico, di cui non dirò il nome salvo che mi autorizzi espressamente, entrambi ignari del fatto che saremmo finiti ad essere testimoni oculari di come andarono realmente le cose rispetto ad un’accusa infamante, di quelle che il personaggio Maradona è il bersaglio preferito.

Ma stavolta la storia ve la racconto per come andò veramente,  e non per le ricostruzioni, i video tagliuzzati e rammendati in sartoria e le baggianate dette da chi ha sempre voluto attaccarlo: Io ed il mio amico eravamo stati lasciati entrare, dopo aver salutato la squadra e Diego da lontano una prima volta, perché di notte, a Febbraio, Madrid sarebbe troppo fredda anche per i pinguini. Fuori c’erano i giornalisti, e non so, sinceramente, come sia stato possibile che accadesse quanto vi racconterò; eravamo quattro persone davanti alla porta del ristorante dell’albergo, me ed il mio amico compresi, dove aspettavamo che Diego, che stava con la famiglia, finisse di cenare. Eravamo in attesa, senza dare fastidio, sapevo che gli altri due presenti erano giornalisti, poi ne entrarono altri, pochi, con il personale dell’albergo che aveva vietato l’ingresso alle telecamere. Ricordo distintamente di aver avvertito loro che, sapendo che Diego odia sentirsi oppresso (lo dimostra il fatto che fosse sempre lui ad abbracciare la gente in foto), avrebbero dovuto lasciargli spazio. 3 anni dopo mi rendo conto di quanto sia stato ingenuo, l’avrebbero assalito comunque. Quando uscì, sia io che il mio amico venimmo letteralmente travolti da giornalisti e cameramen che avevano invaso la sala d’ingresso dell’hotel costringendo Diego a scappare verso il vestibolo dell’ascensore con tutti i suoi familiari, dovendo anche scrollarsi di dosso quelle persone che ne avrebbero dovuto rispettare almeno lo spazio vitale. Si, se le scrollò di dosso, non aggredì nessuno come lo accusarono di aver fatto. Io c’ero, e forse, insieme al mio amico, sono l’unico che potrebbe avere da ridire, visto che ne sono uscito anche ammaccato per la carica ricevuta alle spalle. Entrato in ascensore, Diego guardò verso di noi, che l’unica cosa che potevamo fare era urlargli il nostro amore a pieni polmoni e saltellare per vederlo. Ci mandò i baci. Il tutto filmato dal mio amico con il telefonino, per avere un ricordo di essersi almeno sfiorato con lui. Quando l’ascensore si richiuse, venne la parte più viscida della serata, con il mio amico assalito da quegli stessi “giornalisti d’assalto” (mi perdonerà Gianni Minà) per avere quei pochi secondi di video, gli stessi che avevano rifiutato al mio amico di fare per un momento da hotspot per permettergli di mandare un messaggio via whatsapp, ora gli offrivano la connessione, poi andavano aumentando l’offerta, promettendogli tanti soldi. Ma né io né lui, ci saremmo mai permessi di tradire Diego, quel video, a meno che non sia stato già distrutto, ce l’ha solo il mio amico, custodito come un pezzo d’anima. Noi sappiamo come è andata veramente, quella notte tra il lunedì ed il martedì che avrebbe visto il Napoli scendere in campo al Bernabeu. Noi sappiamo chi ha aggredito chi, e lo ripeteremo sempre.

Il mio Diego, quello che ho vissuto, anche in un momento come quello, pensò alla sua gente, a regalare a due tifosi quello che la situazione gli permetteva.

Ti amerò come sempre, ti amerò per sempre.

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