Indonesia: donne schiave nelle piantagioni delle palme dai cui frutti si ricava l’olio

Inchiesta: sotto accusa il settore cosmetico con i marchi del calibro di L'Ore'al, Unilever, Procter & Gamble, Avon, Johnson & Johnson.

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Creme antirughe, mascara, bagnoschiuma profumato e tanti altri prodotti di bellezza di uso quotidiano sono il frutto del lavoro di ragazze e donne in Indonesia e Malesia, schiave nelle piantagioni delle palme dai cui frutti si ricava l’olio di palma, materia prima indispensabile al settore cosmetico.

Queste lavoratrici di ogni età sono frequenti vittime di abusi sessuali, violenze verbali e fisiche, violazioni dei diritti fino a rischiare la vita per contribuire alla fabbricazione di prodotti di bellezza utilizzati da altre donne nei Paesi ricchi per migliorare il proprio aspetto fisico. A denunciare decine di storie di vita quotidiana di donne sacrificate sull’altare del settore miliardario della cosmesi, con un fatturato oltre 530 miliardi di dollari, è un reportage dell’Associated Press, svolto in diverse piantagioni in Indonesia, leader nella produzione di olio di palma. Sotto accusa sono marchi del calibro di L‘Ore’al, Unilever, Procter & Gamble, Avon, Johnson & Johnson. Tra le tante testimonianze raccolte, anonime per motivi di sicurezza e tutte agghiaccianti, ci sono anche minorenni stuprate ripetutamente in mezzo alle piantagioni dal proprietario, in silenzio per il timore di perdere un lavoro da 2 dollari al giorno, ammesso che venga pagato.

Un altro gruppo di donne è stato letteralmente intossicato dopo aver spruzzato per anni e anni pesticidi pericolosi senza equipaggiamento protettivo e senza potersi permettere le cure mediche. E quelle in gravidanza che hanno perso uno o più figli a causa dei lavori estenuanti svolti nelle piantagioni, carichi molto pesanti e troppe ore di lavoro portati avanti ad ogni costo pur di mantenere il posto. Ad accomunare centinaia di donne di ogni età – figlie, madri, nipoti, zie, nonne – è la loro condizione di invisibili, sfruttate per produrre in Indonesia e Malaysia fino all’85% dell’olio vegetale più versatile al mondo.

Nelle piantagioni il traffico di esseri umani, il lavoro infantile e la schiavitù totale sono anche all’ordine del giorno. Sono però le donne a patire condizioni di lavoro più dure e pericolose rispetto a quelle imposte ai lavoratori di sesso maschile. Oltre ai pesticidi spruzzati senza mascherina ed equipaggiamenti adeguati, le lavoratrici trascorrono ore ed ore immerse fino alla vita in acqua contaminata dal deflusso chimico e trasportano quotidianamente carichi così pesanti che, nel tempo, danneggiano irrimediabilmente il loro corpo, in particolare l’utero. Molte di loro vengono assunte da subappaltatori su base giornaliera senza benefici, svolgendo gli stessi lavori per le stesse aziende per anni, anche decenni. Spesso le donne lavorano gratuitamente per aiutare i mariti a realizzare le quote giornaliere imposte dal datore di lavoro, altrimenti irraggiungibili.

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