Italiani, popolo di guelfi e ghibellini?

Dal Ponte sullo Stretto al Covid, quando fatti e vicende sono solo…questione di schieramenti

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C’è una frase famosa attribuita a Voltaire, al secolo François-Marie Arouet, ma in realtà da lui mai pronunciata, che suona così: “I disapprove of what you say, but i will defend to the death your right to say it”. Letteralmente: “disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Tale citatissimo aforisma, come detto, non fu mai proferito dal celebre filosofo francese, bensì fu vergato (non a caso è scritto in inglese), agli inizi del Novecento, da una scrittrice di origine britannica chiamata Evelyn Beatrice Hall, ed inserito nella biografia (“The Friends of Voltaire”) che ella dedicò al campione dell’illuminismo transalpino.

Ora, al di là della paternità, ciò che conta è il portato di questa straordinaria affermazione: un vero e proprio monumento alla tolleranza ed alla libertà di poter esprimere il proprio pensiero. Bene. Siamo sicuri che in Italia questo “diritto”, tra l’altro sancito dalla Costituzione, sia realmente garantito a tutti? Fermiamoci un attimo e riflettiamoci su. In fondo, per dirla alla Totò, sulle cose che contano, noi italiani siamo rimasti un po’…guelfi e ghibellini. Per la serie: amiamo i dualismi, i fronti contrapposti, gli scontri tra barricate avverse. Diciamo che fanno parte del nostro Dna. Per noi, infatti, ogni cosa o è bianca o è nera, o è calda o è fredda. Siamo quelli dei Coppi e Bartali, dei Rivera e Mazzola, dei Maradona e Pelé, dei fascisti e degli antifascisti. E amiamo confrontarci (o meglio: scannarci) non tanto per quello che è l’oggetto del contendere, quanto per il suo “posizionamento”. Per la serie: se lo sostiene Tizio è ok, se lo perora Caio è sbagliato. Non conta “cosa” si dice, quanto “chi” lo dice. È sempre stato così all’ombra dell’italico Stellone. O si è di qua, o si è di là. Punto.

Prendete il Ponte sullo Stretto.

Storia vecchia, vecchissima. Addirittura, a voler dar retta al racconto di Plinio il Vecchio, i primi progetti di collegamento tra Sicilia e Calabria risalirebbero ai tempi dell’antica Roma. Per la precisione agli anni in cui l’Urbe era impegnata nella prima guerra punica contro Cartagine. Sembra che nel 251 a.C. gli “ingegneri” capitolini riuscissero effettivamente a unire Messina e Reggio con un ponte di barche e di botti. Lo stesso Ferdinando II di Borbone, nel 1840, pensò alla realizzazione di un ponte. E ancora, a Italia unificata, nel 1883, un gruppo di ingegneri delle ferrovie ideò un progetto di ponte sospeso in cinque campate, di cui poi non si fece più nulla. Insomma: sono secoli che se ne parla, che ci si confronta con idee più o meno avveniristiche e futuristiche (nel 1870, l’ingegner Carlo Alberto Navone propose addirittura l’idea di un allacciamento sottomarino). Poi però, nulla di sostanziale è mai realmente avvenuto tra l’isola di Trinacria e la punta dello Stivale. E tutt’ora Sicilia e Calabria continuano ad essere separate da uno stretto braccio di mare.

È capitato tuttavia, che di Ponte sullo Stretto abbia iniziato a (ri)parlare, nel 2001, il Cavalier Berlusconi, lodando e rilanciando quell’opera come fondamentale per lo sviluppo delle sorti del Mezzogiorno e, apriti cielo! Non l’avesse mai detto! Ecco, infatti, riesplodere, infuocata come non mai, la lite tra le parti, con l’infrastruttura ritrovatasi, inesorabilmente, bollata ora con il marchio dell’infamia, ora con quello dell’innovazione. Schiaffata, alternativamente, sul “libro nero” delle opere contestate, oggetto di una sorta di scontro-confronto ideologico. Una controversia all’arma bianca, tra destra e sinistra. L’un contro l’altro armate, semplicemente perché quel progetto era stato…perorato dal fondatore di Forza Italia ed, in caso di realizzazione, costui ne avrebbe tratto senz’altro un grande giovamento in termini di immagine pubblica! Risultato: guelfi e ghibellini se le sono date (e dette) di santa ragione.

Da una parte il fronte degli anti-berlusconiani, decisi, sdegnosamente, a battersi affinché il ponte sullo Stretto non fosse mai realizzato; dall’altra lo schieramento dei pro Cav, convinti, all’opposto, che l’opera andasse sostenuta, costasse quel che costasse. E giù: barricate, titoloni sui giornali, dibattiti infuocati in Parlamento, neanche fosse scoppiata la terza guerra mondiale. Ma, nel mezzo, che ci fosse stato…qualcuno a chiedersi: scusate, che ce ne frega delle chiacchiere? E se quell’opera realmente ci fosse tornata utile? Manco a parlarne! Chiara l’antifona: se dicevi “no” eri di qua, se dicevi “sì” eri dall’altra parte. O buono o cattivo. In fondo, a che serviva fare ‘sto cavolo di collegamento tra Reggio e Messina se il Sud aveva urgente bisogno di ben altre priorità ed infrastrutture!? Bene, benissimo, come non essere d’accordo? Ma a farle queste infrastrutture? Quando iniziamo? Perché qui la prospettiva è quella di non fare né l’una, né l’altra e di perderci in un vuoto quanto sterile (e poco redditizio) chiacchiericcio.
Ancora. Vogliamo parlare della guerra civile in Italia, dal 1943 fino alla fine del secondo conflitto mondiale (per la verità anche negli anni successivi al 1945), quando il Paese si ritrovò diviso in due blocchi? Da una parte c’erano i repubblichini di Salò, gli irriducibili, rimasti fedeli all’alleanza con i tedeschi; dall’altra le truppe badogliane del Regno del Sud, schieratesi con gli eserciti Alleati (dopo l’8 settembre), impegnati nella difficile risalita della Penisola e spalleggiati dai partigiani che, su al Nord, avevano scatenato una coraggiosa guerriglia contro le truppe di occupazione naziste.

Per anni si è parlato di quanto fu dura e difficile la Resistenza, in termini di sangue versato. Delle migliaia di ragazzi immolatisi stoicamente lungo il cammino che conduce alla libertà ed alla cacciata dell’invasore. Ma quando il discorso è scivolato sulla “resa dei conti”, vale a dire sui morti ammazzati in campo avverso, ecco riscatenarsi, feroce, il solito scontro-confronto tra “pro” ed “anti”, come se la storia dovesse per forza di cose piegarsi a questa ormai sorpassata contrapposizione ideologica.
È successo anche quando a farlo è stato un giornalista notoriamente di sinistra, come il compianto Giampaolo Pansa. Costui ha provato a raccontare, a modo suo, quanto fosse stato pesante, in campo repubblichino, il prezzo della sconfitta, con fucilazioni arbitrarie e giudizi sommari commessi anche contro chi aveva scelto di combattere, fino alla fine, per Mussolini, giusta o sbagliata (per Pansa era sbagliata) che fosse quella scelta. Morale della favola: Pansa è stato duramente attaccato da una certa sinistra, quasi tacciato di tradimento, e molte presentazioni dei suoi libri, sono finite in caciara, prese di mira dai contestatori per mero e cieco furore ideologico, con il conseguente risultato che a difesa del giornalista piemontese, accusato di aver leso l’onorabilità della Resistenza, si è schierato il… blocco di destra, trasformando così, automaticamente, quello che invece avrebbe dovuto essere “solo” – si fa per dire – un contributo volto a gettare nuova luce sul nostro triste ma recente passato, nell’ennesimo scontro tra fascisti ed antifascisti. Una dicotomia fatta di steccati, che nella ricerca storica, almeno a livello teorico, dovrebbe sempre lasciare lo spazio che trova. Insomma: guelfi di qua, ghibellini di là. Ma perché? Possibile che, in Italia, anche provare semplicemente a narrare i fatti nella loro essenza, debba tramutarsi nel solito “giudizioso” braccio di ferro tra chi sta di qua e chi sta di là? Ma non ci hanno sempre insegnato che la verità sta nel mezzo?

E veniamo ai giorni nostri.

Nel Belpaese, dove, lo ripetiamo, tutto è bianco o è nero, dove, politicamente, o sei di destra o sei di sinistra, proprio in base a questo paradigma, anche la politica statunitense è stata etichettata per blocchi contrapposti. Così Trump è stato frettolosamente catalogato tra i populisti in salsa salviniana e Biden tra i radical chic in stile dem. I repubblicani? Conservatori retrogradi di destra. I Democratici? Illuminati progressisti di sinistra, neanche il congresso Usa fosse una specie di succursale del nostro Parlamento e non l’organo legislativo di un Governo, quello federale degli Stati Uniti, storicamente tra i più anti-comunisti che si siano mai visti sulla faccia della Terra.
Tradotto in soldoni: tutto quello che diceva il “tycoon” finiva per essere, automaticamente, trasformato in barzelletta, compresi i suoi ripetuti attacchi alla Cina quando è esplosa la pandemia di Covid-19.
Lasciamo stare certe “uscite” effettivamente indifendibili di “The Donald”. Ricordate, però, quando era lui a ipotizzare che il virus della Sars Cov2 potesse essere uscito da qualche laboratorio cinese? Apriti cielo! Tutti a puntare il dito contro l’ennesima cavolata anti-scientifica di Trump. Ora che tale ipotesi (perché è di ipotesi che stiamo parlando, è sempre bene ribadirlo) è stata sostenuta anche dal nuovo inquilino della Casa Bianca, tutti – compreso qualche scienziato di casa nostra – ad interrogarsi seriosamente sulla possibilità che, sì, un cosa del genere, forse potrebbe essere realmente accaduta. Oibò, cosa è successo nel frattempo? L’ha detta Biden, “il buono”, e dunque l’ipotesi è meritevole di essere presa in seria considerazione? Possibile che per convincerci della bontà di una determinata teoria dobbiamo sempre andare a vedere chi la sostiene? Ma pensare, per una volta, liberamente, con le nostre teste? È veramente un’impresa così difficile nel nostro Paese?

 


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