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“L’HO UCCISA IO MA NON HO AVUTO IL TEMPO DI MANGIARLA”

A 23 anni dal giallo sulla morte della piccola JonBenét, confessa il pedofilo che l’ha uccisa nella notte di Natale del 1996

“Sì, l’ho uccisa io JonBenét ma non ho avuto il tempo di mangiarla”. Il colpo di scena sulla morte atroce della “principessina” JonBenét arriva a distanza di 23 anni. La piccola ne aveva appena 6 quando fu trovata senza vita, nella cantina di casa a Boulder in Colorado, strangolata e con il cranio fracassato la notte di Natale del 1996. Un delitto rimasto irrisolto fino al 10 gennaio scorso quando, Gary Oliva, pedofilo condannato a 10 anni di reclusione, scrive dal carcere una lettera a un amico nella quale ammette di aver ucciso JonBenét Ramsey e che non ha avuto il tempo per mangiarla. Olivia, 54 anni, che attualmente sta scontando una condanna a in una prigione del Colorado per pedopornografia, ha ammesso nella corrispondenza epistolare di avere ucciso JonBenét. Ecco alcuni agghiaccianti particolari della lettera di Gary Oliva: “Ero affascinato da quella principessina, la adoravo”. Poi, continua: “Non ho mai amato nessuno come JonBenét, eppure l’ho lasciata scivolare e la sua testa si è schiantata a metà e l’ho vista morire. È però stato un incidente”. Il pedofilo descrive il proprio sentimento nei confronti della piccola: “JonBenét mi ha completamente cambiato e rimosso tutto il male da me. Solo uno sguardo al suo bel viso, alla sua bella pelle luminosa e al suo divino corpo, dico divino”. Queste confessioni scritte sono la prova necessaria per incriminare, finalmente, Oliva del reato di omicidio. La portavoce della polizia, Laurie Ogden, ha dichiarato a DailyMailTV: “Il dipartimento di polizia di Boulder è a conoscenza e ha indagato sul potenziale coinvolgimento di Mr. Olivas in questo caso. Abbiamo inoltrato le informazioni aggiuntive fornite agli investigatori. Non faremo commenti su alcuna azione o stato di questa indagine”.

LA SCENA DELL’OMICIDIO

La sera di Natale del 1996 la famiglia Ramsey tornò a casa verso le 22:00 e i bambini vennero messi a letto mentre i genitori preparavano i bagagli in vista della partenza programmata per il giorno successivo. In seguito, alcuni vicini testimonieranno di aver sentito l’urlo di un bambino la notte tra il 25 e il 26, ma i familiari dichiareranno di non aver notato nulla di strano che suggerisse la presenza di un intruso in casa. La madre dichiarerà di aver avuto certezza della sparizione della figlia la mattina del 26 dicembre quando, attorno alle 5:30 del mattino rinvenne sulle scale di servizio che conducevano alla cucina, la lettera lasciata dai rapitori che chiedevano il pagamento di 118000 $ per il rilascio della bambina. In seguito fu accertato che i fogli della lettera provenivano da un quaderno appartenente alla stessa madre. Alle 5:52 la madre chiamò il 911 per denunciare il rapimento. Gli inquirenti appurarono che la somma richiesta dai presunti rapitori ammontava all’esatto valore di un bonus che John Ramsey aveva ricevuto quale gratifica natalizia dall’azienda di cui era presidente. Nonostante la lettera imponesse ai familiari di non avvisare nessuno, la madre telefonò immediatamente a polizia, parenti e amici. La polizia locale condusse una ricerca sommaria all’interno e all’esterno della casa, senza trovare segni evidenti di intrusione o di effrazione. Il padre prese accordi per prelevare il denaro.

IL RITROVAMENTO DEL CADAVERE

Attorno alle ore 13:00 circa, il detective della polizia di Boulder Linda Arndt chiese a Fleet White, un amico dei Ramsey, di accompagnare John Ramsey a ispezionare la casa per controllare se ci fosse “qualcosa di insolito”. John Ramsey e due dei suoi amici iniziarono la ricerca nel seminterrato dove Ramsey ritrovò il corpo della figlia. Nel palmo della sua mano sinistra era stato disegnato un cuoricino usando un pennarello rosso. Del nastro adesivo le copriva la bocca (in sede di autopsia fu rilevato che era stato con ogni probabilità posizionato post-mortem). Il collo e i polsi erano legati con una corda di nylon stranamente lasciata molto allentata. Il manico rotto di un pennello lungo 10 cm appartenente a Patsy Ramsey era stato usato per avvolgervi attorno un capo della corda di nylon per formare una garrota . In preda al panico, John Ramsey rimosse il nastro adesivo dalla bocca della figlia e trasportò immediatamente il corpo al piano superiore, dove nonostante l’evidente “rigor mortis” fu fatto un tentativo di rianimazione. Uno dei detective spostò ancora il corpo, poggiandolo sul pavimento. John lo coprì con una coperta. Solo alle 13:50 la casa fu dichiarata scena del crimine e posta sotto sequestro. Alle ore 20:00 il medico legale effettuò un primo esame sul posto e alle 20:45 il corpo fu portato all’obitorio.

L’AUTOPSIA

L’autopsia venne svolta il giorno successivo. Il rinvenimento avvenne quasi otto ore dopo la denuncia di scomparsa. Molti criticano l’indagine sostenendo che i funzionari avevano permesso un andirivieni di familiari e amici sulla scena del delitto, cancellando e alterando le prove e che non avevano tentato di raccoglierle prima e dopo il rinvenimento del corpo di JonBenét, forse perché i loro sospetti erano stati immediatamente rivolti ai Ramsey. Alcuni titolari di questa inchiesta iniziarono a riferire tali sospetti ai media locali, che il 1º gennaio riportavano la notizia che il procuratore distrettuale pensava di non sbagliare quando evidenziava il fatto che il corpo della bimba fosse stato ritrovato in casa sua fosse un indizio molto forte. Gli inquirenti notarono che le lenzuola del letto di JonBenét erano bagnate; numerosi testimoni confermarono che la bambina (all’epoca di 6 anni) soffriva di enuresi notturna, disturbo generalmente collegato a una situazione di ansia e/o sofferenza, comprensibile in una bimba che, così piccola, riceveva fortissime pressioni a causa delle ambizioni dei genitori. Emersero inoltre indiscrezioni – mai del tutto verificate – in merito a una forte depressione che avrebbe colpito Patsy Ramsey, a causa del cancro per il quale si stava curando e dei disturbi connessi. La scena del crimine appariva quantomeno singolare, posto che in casa non era stato rubato nulla e non furono rivelati segni di scasso su porte o finestre, circostanze che indussero a ritenere molto probabile che il responsabile dell’omicidio dovesse essere ricercato tra i familiari della bambina. Lo scantinato dove fu rinvenuto il cadavere era un locale pressoché in disuso e la sua ubicazione era ignota persino all’ex domestica, la quale più volte sostenne che la casa era particolarmente difficile da percorrere per qualcuno che non fosse di famiglia, per la sua complessità e perché alcune modifiche inusuali erano state apportate dai Ramsey. I risultati dell’autopsia rivelarono che JonBenét era morta per strangolamento e che presentava una massiccia frattura del cranio di circa 20 cm, causata da un corpo contundente smussato (non c’era lacerazione cutanea). La garrota con cui la bambina era stata strangolata era stata ricavata da un pezzo di corda tweed avvolta attorno al manico rotto di un pennello appartenente alla madre e lo strangolamento era avvenuto da dietro, come se l’assassino non avesse voluto guardare in faccia la vittima.

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