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NINO BUONOCORE, IL SUO CANTO È COME UN ROCK.

Nino Buonocore ne ha fatta di strada da quando, a soli 15 anni, ha iniziato a svelare al mondo il suo  vero “sé”. E lo ha fatto attraverso il linguaggio universale della musica. Nino, umile ed intellettuale del pentagramma, cultore della musica. Lui, così esile, ma robusto nell’essere, ha vissuto in un appartamento del quartiere Fuorigrotta, a Napoli, fino all’età di 5 anni, insieme a papà, agente di polizia penitenziaria, mamma casalinga e ai suoi quattro fratelli. Ma a casa sua il sound rockeggiante animava pensieri e grandi speranze per il futuro. La famiglia era ed è il suo ancoraggio alla vita, vissuta da ragazzo tra tradizioni e semplicità. L’unica proprietà di Nino era sé stesso. “I miei coetanaei avevano il motorino, io niente, ma proprio niente”, così il cantautore tratteggia la propria ricchezza a testa alta. Perché le radici sono sempre radici e quelle salde portano lontano, lungo il percorso del successo.

Il cantautore napoletano Buonocore racconta il suo viaggio artistico e personale.

Nino Buonocore, lei calca la scena da oltre 40 anni, com’è andato, finora, il suo viaggio?
“Direi in modo soddisfacente, la carriera artistica mi ha regalato grandi soddisfazioni. Sono riuscito nell’intento: far conoscere al pubblico chi sono e condividere il mio vissuto”

La sua carriera musicale inizia con l’incisione di un 45 giri nel 1976, il vinile “Io e te-Nel cuore nell’anima”. Ma come diventa Nino un cantautore di successo?
“Sin da ragazzino in casa ascoltavamo musica di un certo livello. Per me era una buona compagnia. Ho avuto la fortuna di nascere nella classica famiglia napoletana dove al centro c’erano le tradizioni, il lavoro, il sacrificio, la sacralità dello stare insieme. Ricordo che aspettavamo a febbraio quello che per noi era l’evento dell’anno, cioè il Festival di Sanremo. Tutti attorno alla tv, iniezioni di calore umano”.

Ci sarà pure stata in casa Buonocore una circostanza “scatenante” che ha dato il via alla sua esperienza musicale?
“Direi di sì in un certo senso. Mio fratello Dino iniziò a lavorare nel mondo discografico, era responsabile dell’ufficio vendite della casa “Vedette”. A casa mia, ogni giorno, dalla porta entrava musica. Tutta la musica possibile. E così ho iniziato ad ascoltare i Door, Styx, Elktra, una musica particolare per quell’epoca. La mia crescita è arrivata grazie a questi ascolti. Così sono riuscito a fare un distinguo tra musica bella e meno bella”. 

Qual è l’elemento che ritiene essenziale per la musica?
“Senza dubbio il linguaggio delle canzoni. È questo elemento che marca la differenza. Come diceva Adriano Celentano….o si è rock o si è lenti. Si può parlare di tutto con la musica basta utilizzare il linguaggio adatto”

Quindi si può parlare di sentimenti e di amore, per esempio, anche con il rock?
“Assolutamente sì. Angye dei Rolling stones non è una canzone lenta. Arriva diritta al cuore”

Lei, dopo una lunga produzione discografica, è esploso tra il 1987 e il 1990 con brani come “Scrivimi”, “Rosanna” che lo anno portato da Napoli fino al prestigioso palco del Festival dei fiori…
” Venivo da anni di dura gavetta, Poi un buon contratto con le case discografiche e da lì tutto parte. Ma avevo già  fatto tanto accumulato un bagaglio di esperienze considerevole. Credo che sia stato il culmine di tutto ciò ce avevo e che ho ancora dentro, la voglia di comunicare. Per me la musica ha sempre rappresentato un bisogno. Mentre i miei coetanei avevano il motorino io invece non avevo niente”.

Com’è oggi il Festival di Sanremo?
“Prima era il Festival della canzone italiana, ora è diventato un contenitore, uno show dove la canzone ha una funzione comprimaria. Ha perso, purtroppo, la sua centralità. Ricordo bene che prima c’era l’orchestra, la canzone e il pubblico. Finiva lì. Una sequenza di canzoni che la gente votava”

Nel 2015 lei duetta con Enzo Gragnaniello con il brano “Quale futuro vuoi”.
“Stimo tantissimo Enzo, possiede una bella matrice tradizionale, molto forte, forse uno di quei pochi cantautori che è rimasto così come era. Ma non faccio molto volentieri i duetti, credo sia l’unico che abbia fatto”

“Scrivimi” è stata riproposta da tanti suoi collegi, tra cui Mango, come se lo spiega?
“È una canzone molto particolare, universale, non legata a una determinata struttura musicale, la si può cantare in tutte le salse, non a caso è uscita ance una versione cubana”. 

C’è un artista a cui lei si è ispirato, che a svolto la funzione per così dire di “formatore”, che si avvicina al tuo modo di intendere la musica?
“Ce ne sono tanti, musicalmente ho fatto una buona scuola ascoltando tutto il filone del rock progressivo, endovene di rock, poi sono passato ad una musica che meglio rappresentava la mia crescita, l’età si coniuga con le scelte musicali. Ho iniziato ad ascoltare James Taylor, Randy Newman. In realtà sono stati fonti d’ispirazione ma, ma….. noi siamo italiani…”

…sta ritornando nuovamente sul tema del linguaggio?
“Certo è il linguaggio che fa la differenza. Ad esempio noi abbiamo una lingua straordinaria che però è molto più complessa renderla musicale. La differenza è notevole”

Il pubblico di Nino Buonocore aspetta il suo prossimo lavoro.
“Continuo sempre a scrivere benché abbia di uscire dagli scemi della logica moderna. Tra poco arriveremo ad una sola casa discografica. Esiste un monopolio che è giunto al parossismo. E’ in uscita il nuovo disco dal titolo “59”. Doveva essere pubblicato lo scorso anno in occasione del mio 59esimo compleanno. È un compendio della mia crescita personale ed artistica. E’ un percorso letterario, ho raccontato parte della mia vita, vera e propria autobiografia. La track list è composta da 10 brani e un bonus track. Uscirà nei primi mesi del 2019. 

Oggi lei può definirsi un uomo e un artista appagato?
“Sono una persona serena e appagata, sì. Mi piace raccontarmi sempre di più e trovare la condivisione del pubblico. Mi sto godendo la mia maturità artistica, cosa ce purtroppo molti non riescono a fare”.

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