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Oms, variante indiana presente in almeno 17 Paesi 

La variante indiana del coronavirus è presente in almeno 17 Paesi. Lo ha reso noto l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il dato emerge dal database globale Gisaid, in cui si trovano 1.200 sequenze contenenti la variante. La maggior parte delle varianti è stata sequenziata in India; a seguire il Regno Unito, gli Stati Uniti e Singapore. Per l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute quella indiana è classificata come “variante di interesse”. Ciò vuol dire che i suoi effetti, ovvero se sia più pericolosa in termini di contagiosità, letalità e resistenza ai vaccini, sono ancora in corso di valutazione. Tuttavia, i modelli preliminari sembrano indicare “un più alto tasso di crescita rispetto ad altre varianti in circolazione in India, segno di una possibile accresciuta trasmissibilità”.

La cosiddetta variante indiana, identificata come B.1.617, a due mutazioni (E484Q e L425R), è stata scoperta per la prima volta a ottobre nel Maharashtra e ora si trova in più della metà dei campioni sequenziati dello Stato. A ciò si aggiunge un’ulteriore variante, la B.1.618, emersa nel Bengala Occidentale, che presenta anche una terza mutazione (D614G). Comunque, secondo il Centro nazionale per il controllo delle malattie (Ncdc) è la variante inglese (B.1.1.7) quella più diffusa in India, in particolare a Nuova Delhi e nel Punjab, mentre quella sudafricana (B.1.351) si trova principalmente nel Bengala Occidentale. In India il sequenziamento è oggetto di un progetto chiamato Insacog (Indian Sars-CoV-2 Genomic Consortia), che raggruppa dieci laboratori, e invia le sequenze al database globale Gisaid. La B.1.617 è studiata anche nel Regno Unito, dove è arrivata e risulta presenta in circa l’uno per cento dei campioni sequenziati.

 


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