Un adolescente su 5 mette in atto comportamenti autolesivi

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Dal 2011 al 2018 aumentato di sei volte il numero delle richieste di aiuto

Un adolescente su cinque (20%) mette in atto comportamenti autolesivi, ma di questi solo 1 su 8 giunge all’attenzione medica. La causa principale che li porta al Pronto soccorso è l’ingestione incongrua di farmaci”. A parlarne all’agenzia Dire, in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, è Giulia Serra, psichiatra dell’Unità operativa di Neuropsichiatria Infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù (Opbg) di Roma. “Dal 2011 al 2018 è aumentato di sei volte il numero delle richieste di consulenze neuropsichiatriche- fa sapere il medico- passando da 134 a 890.

Il 20% di queste consulenze era richiesto per ideazioni suicidaria, autolesionismo e comportamenti suicidari, passando da 12 nel 2011 a 237 nel 2018 (un aumento di 20 volte). L’età media dei pazienti ricoverati per suddette problematiche è di 13 anni e mezzo”. Può essere definito autolesivo qualsiasi comportamento messo in atto con lo scopo di farsi del male. “I comportamenti autolesivi si distinguono in due grandi categorie che dipendono dalla presenza o meno di un intento suicidario- spiega Serra- e sono stati inseriti nell’ultima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm 5). Questa categorizzazione, tuttavia, non viene sempre utilizzata a livello europeo, perché i due differenti comportamenti sono visti piuttosto come un continuum che va dal non suicidario al suicidio. Possiamo immaginare un iceberg- consiglia il medico- fuori dall’acqua si vedono i comportamenti suicidari o autolesivi che arrivano dai medici, mentre la parte sommersa comprende tutti i comportamenti autolesivi largamente diffusi nella popolazione”.

In quelli a scopo suicidario ritroviamo i tentativi di impiccagione, di buttarsi sotto il treno, sdraiarsi sui binari o la defenestrazione, mentre tra quelli con un rischio suicidario più basso ci sono i tentativi di ingestione farmacologica. Tra i comportamenti autolesivi a scopo non suicidario c’è invece il cutting, i tagli. I campanelli di allarme sono visibili. “Cambiamento emotivo comportamentale, riduzione degli interessi, ritiro sociale, aumento dello stato di agitazione, abuso di sostanze, comportamenti aggressivi, cambiamenti dell’umore rapidi e il parlare di suicidio. Non è vero che chi lo dice non lo fa- afferma Serra- quasi tutte le persone che muoiono per suicidio lo hanno detto. Diverse ricerche hanno rivelato che il 40% dei pazienti morti per suicidio hanno visto il loro medico di medicina generale nei 10 giorni precedenti il decesso.

I pediatri, i medici di base, le famiglie, gli amici e i docenti devono essere bravi a captare i segnali di allarme e a condurre subito i pazienti in visita psichiatrica”. Alla base di un tentativo suicidario ci può essere “una matrice ereditaria, ma non si devono mai sottovalutare i traumi infantili in eta’ precoci come l’abuso fisico e psicologico, la violenza subita e assistita, il maltrattamento- continua la psichiatra- oppure i fattori stressanti recenti quali il bullismo, il cyberbullismo, i lutti recenti, i conflitti extrafamiliari, le perdite e le separazioni. Sono tutti fattori di rischio che avvengono nella prima parte della vita o che sono più prossimali all’evento”. In genere “l’85% dei pazienti che arriva al Pronto soccorso per autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativo di suicidio è ricoverato in un reparto di degenza di Neuropsichiatria per un periodo medio di 7-10 giorni- aggiunge la specialista- durante i quali riceve una valutazione diagnostica e un trattamento.

Successivamente sono seguiti sul territorio o inviati al day hospital specialistico per un follow up. Al day hospital arrivano anche quei pazienti che non hanno presentato una gravità sufficiente per essere ricoverati nel reparto psichiatrico, quelli dimessi che devono seguire la terapia farmacologica e infine i soggetti inviati dalle Asl o dall’ambulatorio generale dell’Opbg che accoglie le prime visite dai 0 ai 18 anni. Abbiamo 120 prime visite a settimana e il bacino di utenza include tutto il Centro e Sud Italia. Molti minori- puntualizza Serra- vengono dalla Campania, la Calabria e la Sicilia, oltre che da varie zone del Lazio. La prevalenza del numero di suicidi si sa che e’ piu’ forte nel Nord Italia rispetto al Centro, al Sud e nelle isole, anche se in Sardegna i tassi di suicidio sono piu’ alti rispetto a quelli delle regioni Centro e Sud Italia probabilmente per motivazioni genetiche/ereditarie”.

I trattamenti dipendono dal disturbo psichiatrico di base. “Gli stati ad alto rischio suicidario sono generalmente depressivi con una forte irritabilità, presentano delle caratteristiche miste e vanno trattati con una terapia stabilizzante dell’umore in prima battuta ed una psicoterapia. Il primo scopo- conclude Serra- è quello di ridurre il rischio suicidario”.




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