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VARESE PIANGE IL SUO MORTO PER UNA PARTITA DI PALLONE

Si chiamava Daniele Belardinelli e nella vita faceva il razzista. Nel paesotto ordinato e silenzioso di Varese, l’uomo morto a 35 anni per “una partita di pallone”, era riconosciuto come uno dei capi dei “Blood Honour”, che potrebbe tradursi, pressappoco, così: L’onore del sangue. Una Santa benedizione nel nome del Signore, per umana pietas, ora che il suo cadavere è freddo, ma “il Daniele” era “sorvegliato speciale per reati connessi a manifestazioni sportive” come ha fatto sapere il questore della cittadina lombarda.

Nel Belpaese democratico di centro-destra-sinistra si muore ancora per causa razzista

Il capobastone, che i terroni siciliani chiamano “capuvastuni”, della la frangia più estrema del tifo biancorosso gemellato con quello interista, aveva organizzato un vero commando contro i tifosi napoletani, altri terroni situati un po’ più a Nord dei loro con-terranei siculi. Oltre 100 uomini hanno teso un agguato a un minivan che trasportava napoletani scatenando una guerriglia con bastoni e roncole. Quattro “figli” della Madonna di Pompei sono rimasti a terra, accoltellati. Questo il piano criminale di un gruppo da uomini primitivi e rozzi che rinviano alla memoria il concetto centrale dell’antropologo francese René Girard: “il capro espiatorio delle origini della fondazione dell’ordine sacro attraverso la violenza”. L’opposizione tra Satana e il Paraclito, la caccia al terùn contemporaneo. La violenza fuori dallo stadio dedicato ad un Santo e la violenza sugli spalti durante Inter-Napoli. Tutta la partita è stata scandita da un tambureggiante coro razzista all’indirizzo del “negro” Kalidou, lo schiavo del terreno di gioco.

Il senegalese dall’espressione dura e dal cuore rosso ha incassato tutto quello che poteva. Perché chi viene dalla terra ci resta attaccato per paura di perderla. L’avvocato difensore della partita, l’unico in grado di porre fine allo scempio assordante delle urla civili, si chiama Paolo “Silvio” Mazzoleni da Bergamo, altro ordinato e silenzioso paesotto lombardo, proprio come Varese. Il razzismo in Italia non esiste! Se lo chiedete in giro per lo Stivale vi danno del matto. Ma in realtà è un’espressione ancora troppo viva e mimetizzata contro la paura della perdita di identità e di valori, figlia di una visione etnocentrica, una sublimazione fobica originata dall’insicurezza sociale e dal rapporto difficile col “diverso”.

Nell’antichità, gli uomini potevano essere perseguitati per motivi religiosi, politici, sociali, culturali, ma non per motivi geografici. E, dunque, il calcio resta il mezzo più “giustificato” per replicare il rituale del sacrificio originario. Del resto le forme simboliche della società ci ricordano, ogni giorno, che siamo sempre diversi, stratificati in classi. Chi più possiede meglio si accomoda. Allo stadio, appunto, al teatro, in hotel e in treno. E già, il treno. Non molto tempo fa ero in Lombardia dimenandomi tra i ritardi ferroviari e le “coincidenze”. Il convoglio da cui provenivo era partito qualche ora prima dalla stazione di Napoli Centrale. Arrivato a destinazione, sul fotofinish, scesi per prenderne un altro al volo, che mi avrebbe portato in un altro “paesotto ordinato e silenzioso”. Corsi verso il presunto binario e mi rivolsi al capotreno, con un inconfondibile accento, per chiedergli se quello fosse il treno giusto per arrivare alla stazione di Rho-Milano Fiera. Il capotreno, una signora di mezz’età, con un’espressione paralitica mi rispose: “Sì signore, va lì, corra più avanti, però, perché questa è la prima classe”.  

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