Zeppelin su Napoli: quando la morte piove dal cielo

Nella notte tra il 10 e l'11 marzo del 1918 il bombardamento che ferì la città di Partenope

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Quante volte abbiamo sentito parlare dei terribili bombardamenti subìti da Napoli nel corso dell’ultima guerra? Delle centinaia di morti, dei cunicoli sotterranei trasformati in rifugi, dei quartieri sventrati e rasi al suolo, come accadde, ad esempio alle case del Borgo Loreto (letteralmente spazzate via dai raid aerei alleati) o alle strutture del porto, prese particolarmente di mira dai bombardieri anglo-americani? Pensate: tra il 1940 ed il 1944, la città di Partenope fu colpita almeno 200 volte ed ebbe un numero di vittime stimato tra le 20.000 e le 25.000 unità, in gran parte civili. Eppure non tutti sanno che, in realtà, la prima “offesa” scatenata dal cielo sull’ex Capitale del Regno delle Due Sicilie, è datata più di cento anni fa. E che, sì, il primo bombardamento di Napoli non risale al secondo conflitto mondiale bensì alla cosiddetta “Grande Guerra”. Per la precisione, alla notte tra il 10 e l’11 marzo del 1918, quando la “perla del Golfo” fu teatro di un blitz dell’aria sul quale solo al termine dello scontro bellico si riuscì a fare piena chiarezza.

A picchiare duro, in quella circostanza, fu un “aeromobile”, come lo si chiamava allora: un dirigibile, la temuta macchina da guerra volante inventata da Ferdinand von Zeppelin nei primi anni del ‘900. Quel “veicolo”, sorta di immenso pallone a forma di siluro riempito di gas, aveva anche un nome tattico: Zeppelin “L59” ed era in forza alla Kaiserliche Marine, la Marina Imperiale tedesca.
Decollato la mattina del 10 marzo dalla base di Jambol in Bulgaria, l’aeromobile sorvolò, indisturbato, i cieli di Albania ed Abruzzo prima di presentarsi sui “tetti” del capoluogo campano, ad un’altezza di circa 4.800 metri sul livello del mare: era notte fonda (tra la mezzanotte e l’una) e portava con sé un carico di quasi 6.500 chili di materiale esplosivo che avrebbe dovuto sganciare sul porto, sui capannoni dell’acciaieria di Bagnoli, dove si produceva materiale bellico, ma anche sugli stabilimenti meccanici Amstrong di Pozzuoli, dove si fabbricavano munizioni e cannoni.

A causa di un errore di calcolo (fuori era buio pesto e per giunta il cielo era molto nuvoloso), quello che avrebbe dovuto essere un bombardamento “intelligente” si rivelò, all’opposto, un clamoroso quanto tragico “flop” strategico di cui però, a pagarne le conseguenze, fu la popolazione civile. Invece di colpire gli obiettivi designati, infatti, le bombe, una ventina in tutto, sganciate in tre ondate successive, piovvero su alcuni rioni della città fittamente abitati, come i Quartieri Spagnoli, Piazza Municipio, via Toledo e Posillipo, oltre che nella zona portuale dei Granili, verso San Giovanni a Teduccio, facendo solo il “solletico” al polo Ilva di Bagnoli. A causa degli scoppi e dei crolli, 18 persone persero la vita ed almeno un centinaio rimasero ferite.
In particolare, gli ordigni sventrarono una casa a Sant’Erasmo, colpirono l’Ospizio delle Piccole Suore all’Arco Mirelli (dove perirono sette persone) e la stessa Galleria Umberto I (che subì seri danni alle vetrate).

La contraerea, installata a difesa del porto e della zona industriale, non sparò un solo colpo perché, praticamente, fu colta di sorpresa. Nemmeno si rese conto di quanto stava accadendo. In realtà nessuno si aspettava un raid del genere a quasi mille chilometri di distanza dal fronte italo-austriaco dove il Regio Esercito, dissanguato a Caporetto, si apprestava a resistere sul Piave all’ultima, disperata spallata del nemico prima della vittoriosa riscossa di Vittorio Veneto. Le “vedette” italiane semplicemente non si accorsero del passaggio dello Zeppelin e se, come pare, a Termoli qualcuno lo notò, alto nel cielo, forse sottovalutò il pericolo (chi avrebbe mai immaginato che potesse allungarsi fino a Napoli?) oppure, come pure fu detto, non riuscì a dare l’allarme perché le linee di comunicazione non funzionavano. Fatto sta, l’attacco (durato circa 40 minuti) fu avvolto, per alcune ore, nel mistero più fitto e le autorità, è proprio il caso di dirlo, si trovarono a brancolare nel buio. Addirittura, in un primo momento, si pensò ad un atto terroristico messo a segno da bande di anarchici ma non mancò chi pensò ad una rivolta popolare o ad un attentato dinamitardo eseguito da gruppi di spie nemiche tanto è vero che il prefetto inviò sul posto le forze dell’ordine per presidiare i rioni e le strade colpiti.

Solo il giorno dopo si capì che quelle esplosioni erano, in realtà, frutto di un micidiale attacco nemico. Ma chi era stato ed in che modo aveva agito a quelle latitudini se la battaglia infuriava lì, nel lontano e profondo Nord Est? E soprattutto chi aveva osato colpire le zone fittamente popolate del centro cittadino e, non i più logici obiettivi militari come pure ci si sarebbe aspettato in un caso del genere? Ebbene, questa stessa circostanza indignò e ferì non poco l’opinione pubblica che accusò gli autori della “spedizione” di aver voluto seminare scientemente il terrore tra la popolazione.
Chiarito che si era trattato di un “atto di guerra” si pensò subito all’azione di una squadriglia di aerei, tanto è vero che, precauzionalmente, nel lago di Lucrino, fu schierata una pattuglia di caccia idrovolanti.

La verità venne definitivamente a galla solo due anni più tardi, precisamente nel 1920, a guerra terminata, quando in un comunicato del Ministero della Marina Tedesca, fu resa nota al pubblico l’incredibile missione dello Zeppelin “L59” che, prima di seminare lutti e distruzioni a Partenope, aveva compiuto un’altra crociera di guerra a Khartum e poi, subito dopo, si era librato sul Canale di Suez andando a terminare la propria corsa, il 7 aprile di quello stesso anno, schiantandosi, in fiamme, in circostanze mai del tutto chiarite, nei pressi del Canale di Otranto, mentre progettava un’incursione su Malta.
Come da italico costume, per fare piena luce su quell’episodio e trovare i colpevoli, in Italia fu immediatamente istituita una Commissione d’inchiesta: era già accaduto per la disfatta di Adua (1 marzo 1896) e accadrà anche per la ben più grave rotta di Caporetto (24 ottobre 1917).

I comandi della difesa militare di Napoli, Foggia e Termoli finirono sul banco degli imputati insieme con gli ufficiali ed il radiotelegrafista che quella notte erano di servizio e non si erano accorti di nulla. Come avevano potuto, costoro, lasciarsi sfuggire un aeromobile di quelle dimensioni (ricordiamo che lo Zeppelin era lungo più di 200 metri) lasciando che agisse impunito sui tetti della più grande città del Sud Italia? Alla fine il commissario generale del Corpo Aeronautico decise di sollevare i comandanti dell’antiaerea di Napoli dall’incarico e tutto finì, per così dire, in “cavalleria”. In fondo la guerra era stata vinta e Napoli, che già due giorni dopo l’attacco dello Zeppelin, aveva pianto le proprie vittime nel corso di una cerimonia solenne, era andata ad aggiungersi all’eroico elenco delle “città martiri” come Londra, Parigi e Venezia, ognuna delle quali aveva dovuto sopportare quella che su un “coprilettera” della Croce Rossa, emesso proprio in quei giorni, veniva sdegnosamente ricordata come “l’onta barbarica” dei vili attacchi teutonici. Insomma: quasi una sorta di medaglia al valore che veniva assegnata alla stoica e coraggiosa Partenope.

La storia, per dirla con altri termini, poteva anche finire lì. Alla fine quel bombardamento, per quanto inusuale, rimase un episodio isolato che la Kaiserliche Marine non riuscì più a replicare. Un feroce preludio, se vogliamo, di quanto potesse essere crudele la morte quando piove, inaspettata, dal cielo. Solo un assaggio, tuttavia, di quello che Napoli avrebbe sperimentato un quarto di secolo più tardi, quando l’antica Capitale dei Re Borbone diventò una delle città più martoriate di tutta la Penisola.


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